PARTE TERZA
JAPIGIA
TRA PASSATO E FUTURO
Il
mitico fondatore della città di Bari, Japige ha lasciato la sua impronta nella
memoria storica, quella che consente di utilizzare qualche "radice"
letteraria per ben cominciare, ma ahimè, non ha avuto uguale fortuna nel
tramandarci qualche segno vivibile al presente. Dover lavorare di dialettica
per presentare un quartiere privo di una tale condizione non è, Japige mi
perdonerà, un buon inizio.
Del quartiere nella sua storia recente qualcosa
resta: le basse costruzioni bianche di calce lungo il mare, residuo prebellico
in attesa di scomparire dietro l'incalzare delle grandi lottizzazioni costiere
appena avviate; quei fazzoletti di case popolari, urbanisticamente ben
concepite e con ricordi di aiuole, nella parte più vicina al centro cittadino;
qualche toponimo che, unito alla memoria almeno dei quarantenni, riporta alla
luce " un territorio dall'umanità possibile: la torre Carnosa, il mitico
Lido Marzulli, gli ipogei.
Oggi una vera città chiamata Japigia, nata
velocemente dietro lo stimolo edificatorio postbellico e dilatatasi oltre ogni
misura sulla base di un programma urbanistico mai compiutamente attuato ma
prodigo nella individuazione di aree residenziali, vive il suo presente
interrogandosi sul futuro: Japigia, ovvero la grande incompiuta.
Il piano urbanistico a cui mi riferisco,
redatto dall'arch. Vittorio Chiaia, che lo scorso anno accettò un confronto con
i cittadini per una rilettura del suo lavoro a distanza di tempo, ha ormai
oltre 30 anni. Ed infatti, dal confronto emerse una logica progettuale
visibilmente riferita a ben altra epoca e cultura. All'inizio degli anni
Settanta si guardava con molto interesse agli esperimenti urbanistici del
centro-nord Europa, ai quartieri-satellite delle grandi capitali. Specialmente
quanto accadeva in quegli anni in Inghilterra, con le "new towns" e i
nuovi quartieri. di Londra, ma anche a
Copenaghen, Stoccolma, catturava I interesse di tanti progettisti. Gli elementi
specifici erano gli stessi: aree residenziali autonome dal resto della città e
distinte alloro interno per tipologie; traffici pedonali e veicolari segregati;
aree verdi presenti in gran quantità e organizzate gerarchicamente, passando
dal verde condominiale semi-privato ai parchi di quartiere. Anche gli spazi
pedonali erano individuati nella stessa con le piccole corti e i viottoli
vicini alle abitazioni e gli spazi più a far da contorno ai centri commerciali.
Stessa cosa per le arterie veicolari, che
passavano da quelle a gran scorrimento (mai traumatiche nella coesione della area
interessata) alle ~ a scorrimento più lento, che talvolta terminavano in vicoli
ciechi con sacche-parcheggio. A queste
si aggiungevano parcheggi più ampi, a disposizione sia dei residenti che degli
ospiti, filtrando così ulteriormente l'accesso veicolare ai soli mezzi di
soccorso e di servizio.
ella
prima fase delle "nuove città" i servizi sociali e commerciali I
accentrati rispetto all'intera area residenziale, ma successivamente si tornò
ad una loro distribuzione in tutto il quartiere.
Esiti urbanistici e proposte
Iapigia si è sviluppato solo con parte
della logica progettuale appena-descritta: la parte mancante lo ha reso
invivibile. Ci sono le aree residenziali distinte per tipologie, tra le quali
si distinguono i "punktus" , gli alti edifici con pianta "a
croce" e distanziati tra loro con schema ortogonale, )che lo svedese Sven Markelius introdusse nel piano
del quartiere Vallingby della "grande Stoccolma": ma il passaggio
dall'una all'altra area è disarticolato. Vi sono piccoli spazi a verde condominiale,
ma quelli più ampi a parco e giardino sono rimasti in attesa di completamento,
magari arricchitoda attrezzature sportive e per il gioco. In una città ultima
in Italia per il verde (ormai meno di 1 mq/ab) e in grave difficoltà con la
manutenzione di quel pochissimo che c'è, l'idea di attrezzare e gestire le
ampie fasce a verde che contornano il viale Caldarola sembra proprio una chimera.L'ormai
leggendaria "montagnola" ha visto recentemente il proprio completamento,
ma l' attesa per la crescita della vegetazione appena messa a dimora fa
rischiare che il luogo non venga mai concretamente considerato dai residenti.
Si ha la sensazione, percorrendo il quartiere da
un capo allo altro, che sia stato edificato in una sola notte, ma che il grande
Costruttore abbia dimenticato qualcosa: servizi, verde, luoghi d'incontro,
tutto ciò che possa legare gli abitanti alla loro terra e al suo destino.
Grazie al volontariato, recente ma ricco di fermenti, cresce anche qui una
coscienza civica; aumenta, lenta ma costante, la richiesta di partecipazione
attiva, di collegialità; aumenta in altre parole, la richiesta di un presente
possibile.
Eppure, è la ricerca e I'individuazione di una
identità del luogo che garantire un futuro al quartiere e ai suoi abitanti. Il
quartiere, docile, ha deviato altrove il suo bisogno di confronto, riversandosi
in massa su un tema parziale, quel "Centro Direzionale" destinato a
risolvere solo una .la parte dei suoi grandi problemi. Certo, la forte
pressione che i cittadini stanno esercitando perché il Centro venga finalmente
realizzato già un elemento positivo l'ha portato, evidenziando che c'è richiesta e attesa per quell'elenco di
servizi che esso dovrebbe contenere. E intorno a tale questione si è creata una
coesione di quartiere, segnale indubbio di una identità del luogo pronta ad
emergere.
Tuttavia, le questioni sono altre e ben più
complesse: il disegno urbano è irrisolto, poiché si devono ricucire le aree
residenziali attraversate da grandi viali ancora oggi sottoutilizzati e un
futuro possibile non può non prevedere il completamento della rete di
trasferimento. La via Caldarola deve poter essere superato pedonalmente in più
punti senza che si abbia la sensazione di tentativi di suicidio. In tal modo,
anche le strutture culturali e sportive esistenti (Pala Florio, Teatro-tenda,
Centro Civico, la ex montagnola} verrebbero più facilmente fruite dai
residenti.
Fondamentale è il recupero di un rapporto vero
con il mare e le sue grandi potenzialità, benché le scelte degli Amministratori
sembrino andare in altra direzione. Sono lontani i tempi di una costa vivibile
nella sua naturalezza, nei suoi spazi di sosta, di riflessione, con gli sguardi
verso un infinito che "c'illumini d'immenso", ora che anche l'
orizzonte è stato negato. Ed anche la costa sembra allontanarsi, con quegli
interventi grandi in termini economici e dimensionali, quali il porto
turistico, il parco urbano, le grandi lottizzazioni costiere, che stanno
fagocitando l'attenzione di progettisti, costruttori ed amministratori. AI fine
di rendere l'accesso al mare privo di ostacoli, Ludovico Quaroni aveva
correttamente previsto nel redigere la variante al Piano Regolatore, lo
spostamento verso la direttrice sud-est della ferrovia che invece pare ora
destinata a raddoppiare, incidendo una ferita irrimediabile e allontanando il
mare per sempre.
Isola felice, fortemente idonea a
contribuire nella creazione di una identità del luogo, è lo spazio offerto
dalla Villa Carbone, oggi parrocchia San Marco, un francobollo di storia che
spesso si apre alla musica e ad incontri culturali. Un riconoscimento recente
vede finalmente la "Storia" quale strumento indispensabile nella
costruzione di un futuro possibile, alla luce delle difficoltà che ovunque nel
mondo ci sono state nel realizzare un sano rapporto tra abitanti e quartieri
residenziali edificati dal nulla, a meno che non ci fossero preesistenze
cariche di tensioni culturali. E il complesso in questione, con la cappelletta
dedicata a San Marco e il vecchio frantoio sottostante alla masseria
trasformato in chiesa principale, sembra avere queste prerogative. Un'altra
presenza utile all'ambiente potrebbe risultare il "canalone", oggi
solo una grande e disarticolata ferita. Piste ciclabili, inserite in un
organico arricchimento vegetazionale, potrebbero contribuire a cucire il
canalone al territorio e ai suoi abitanti, nonché a creare la possibilità di
trasporto alternativo fino al centro cittadino.
Ma, come tutte le città vere e vivibili, Japigia specialmente per quanto riguarda il settore B (dal canalone
verso Torre a Mare) ha bisogno di molto altro: di piccoli riferimenti
quotidiani, di spazi di gioco e aggrega, di giardini sotto casa con panchine
pulite, di negozi di prima necessità, di un vicinato fisicamente intelligibile
e umanamente dimensionato che si impari poco alla volta a conoscere. Sono
questi gli elementi capaci di produrre un globale tessuto connettivo forte,
organico e omogeneo, che consenta ad una identità del luogo, al "genius
loci" che si I ormai con sempre più affanno un po' in tutta la città, di
attecchire e venir fuori.
Questa realtà è lontana e forse irraggiungibile;
ma è proprio una rivoluzione urbanistica ciò di cui il quartiere ha bisogno, poiché
i grandi eventi-vanno a maturazione da
soli e Japigia non deve fare l' errore di pensare solo a se stesso,
ripercorrendo passi già sbagliati (che per fortuna si stanno recuperando) al
quartiere San Paolo e nella città vecchia. città, aristotelicamente parlando,
ha bisogno di tutte le sue componentiben funzionanti per vivere bene; e a loro
volta le membra della città, i quartieri periferici, non possono in alcun modo
esistere e funzionare se il resto dello organismo muore. Purtroppo la città, la
nostra città nella sua interezza, è gravemente malata.
Agli abitanti del quartiere, specie a
quanti si stanno prodigando per la :crescita sociale e culturale, l'invito a
resistere alle tentazioni degli eccessivi compromessi, per costruire quella
identità territoriale un tempo visibile: il fine ultimo è che questa parte di
città che, almeno sulla carta, gode della maggiore quantità di spazi destinati
alla collettività, veda il compimento di un suo positivo disegno organico.
Eugenio
Lombardi
Foto
n.13:Veduta di un tratto di costa prospiciente il quartiere.