PARTE PRIMA
IL QUARTIERE JAPIGIA
Genesi e sviluppo nell'età contemporanea
All'indomani del Secondo Conflitto Mondiale, la penuria di abitazioni e le grandi carenze edilizie, ereditate dalla società prebellica, dettero impulso alla formazione di nuovi quartieri urbani. In analogia agli interventi di politica nazionale e al pari di altre città meridionali si ,verificò a Bari una parcellizzazione degli interventi edilizi che favorì, tra l'altro, la formazione del più antico agglomerato del quartiere Japigia. Ma lontana dai progetti di pianificazione unitaria, così come veniva adottata nei paesi europei, l'edilizia urbana sorse episodica e senza coordinazione di servizi, scolastici e sanitari soprattutto, disattendendo in tal modo quell'unico tentativo di pianificazione territoriale, tecnicamente più avanzato: la Legge Urbanistica generale del 1942. A ciò si aggiunga che i massicci interventi pubblici, nel tentativo di rilanciare l'edilizia come settore trainante dell'economia, spesso a discapito dei rimanenti ruoli produttivi (agricoltura, commercio terziario) furono rivolti a favore dell'imprenditoria ad ampia partecipazione privata, considerata forse l'unica in grado di offrire nuove occupazioni e rispondere all'impellente bisogno abitativo. Cosicché da questo periodo in avanti la localizzazione degli interventi pubblici, sancì la nascita delle periferie più o meno emarginate tagliate dal resto della città perché prive di un organico sviluppo che saldasse esigenze abitative e previsione di servizi e infrastrutture. Una cosiffatta tipologia di sviluppo derivò a Bari, come in altre realtà meridionali, delle condizioni di arretratezze tipiche delle economie non industrializzate.
I primi interventi pubblici nel quartiere Japigia
Con la legge n. 43 del 1949 I'INA CASA inaugurò i primi interventi edilizi pubblici sistematici all'interno della cinta urbana; ma spesso, senza tenere conto dei contesti sociali in cui andavano configurandosi, i piani INA stabilivano a priori forme e tipologie degli interventi. Nel successivo piano finanziario settembre 1949-1956, in concomitanza di un diminuito intervento pubblico diretto, I'INA CASA programmò la realizzazione in città di settemila vani, tremila dei quali, nel 1952, erano già stati edificati nel quartiere Japigia. Già in precedenza un programma di opere pubbliche predisposto dal sindaco di Bari, Vito Antonio DI CAGNO stabiliva che per far fronte alle spese più urgenti per I' edificazione di lotti abitativi a favore delle famiglie del quartiere Japigia, occorrevano 1.800 milioni. Tale presumibilmente fu il costo di tali nuclei fabbricati; ma privi di rete idrica e fognante, solo successivamente l'amministrazione comunale del sindaco Francesco CHIECO si affrettò ad approvare i relativi progetti adeguandone idonee reti idriche e fognanti, di cui il quartiere era rimasto sprovvisto.
Dagli anni del dopoguerra agli anni '60
Durante gli anni del Dopoguerra l'andamento espansivo del quartiere Japigia confortava le previsioni di sviluppo del PRG generale Calza Bini Piacentini. Tale programma, e le successive realizzazioni, che prevedeva lo sviluppo urbano barese dilagante in ogni direzione, tranne sulle aree residenziali già edificate, compromise quella soluzione complessiva legata all'approvazione di un vero progetto urbano generale e lo sviluppo tentacolare delle aree edificate alternate alle aree agricole otterrà, al contrario, lo sviluppo a macchia d'olio contestato dai progettisti. Sono gli anni del boom economico che segue il Secondo Conflitto Mondiale, .segnati dall'incremento industriale del nord e del nuovo mancato sviluppo industriale del Mezzogiorno. Il consolidamento della borghesia urbana, la crisi dell'agricoltura e I' abbandono delle campagne, lo spostamento dei ceti popolari nelle aree del centro-nord danno impulso alla creazione di nuove periferie urbane e a quartieri modellati secondo schemi dell'edilizia popolare pubblica. Gli investimenti della proprietà terriera conversero verso i più sicuri profitti immobiliari, confortati, inoltre, dalla numerosa manodopera disponibile non più integrata nel settore agricolo. Dal 1950 in poi solo il 5-10% delle abitazioni che si rea1izzeranno a Bari sarà attuata con investimenti di iniziativa pubblica, sotto forma per lo più di edilizia sovvenzionata. Negli anni successivi la città coinvolta nei mutamenti legati ali' esaltazione dei nuovi miti dello sviluppo industriale cambiò aspetto affidando la propria immagine alla localizzazione di una vasta area industriale lungo l'arteria di scorrimento della SS98, sulla direttrice di Modugno. L'ampio consenso popolare e la fiducia nel miracolo economico sollecitarono Bari verso un rapido adeguamento alle prospettive di sviluppo.E se per tutti gli anni'50 le attività delle medie e piccole industrie vennero fortemente ridimensionate, negli anni '60va invece consolidandosi il binomio commercio-edilizia, da una parte, struttura amministrativa e terziario dall'altra. Gli anni 1962-1963 furono fondamentali per le trasformazioni urbanistiche. Approvato il piano per l'insediamento dell'Area di sviluppo industriale barese, vennero stabilite anche le aree destinate all'edilizia economica popolare, in attuazione della legge 167; a ciò si aggiunga il conferimento dell'incarico a Ludovico Quaroni della variante al PRG (1965}. Proponendo la necessità di ricuciture della città tra il quartiere murattiano e quelli sorti al di là della ferrovia, il territorio dell'immediata periferia urbana e dei centri limitrofi, la variante al PRG Quaroni tentava di razionalizzare l'esistente assetto cittadino, che soprattutto mediante lo spostamento della stazione ferroviaria, rielaborò il sistema di assi paralleli e ortogonali della viabilità murattiano introdotta dai francesi all'inizio dell'800.
L 'edilizia popolare della 167 nel quartiere Japigia
Le zone indicate per l' edilizia popolare, dai precedenti 518 ettari previsti originariamente, si ridimensionano ai tre maggiori comprensori periferici: S. Paolo, Poggiofranco e Japigia. Il piano definitivo di Japigia, in tempi paralleli all'edificazione di Poggiofranco, fu approvato il 9 ottobre 1968 e prevedeva un intervento di costruzioni esteso su 236 ettari. Nei 168 ettari della zona ad est del canalone si concentravano numerosi interventi ad opera di cooperative ed enti che adottarono schemi e tipologie edilizie variabili per densità; la zona ad ovest invece, progettata secondo uno schema reticolare, modulato su assi ortogonali, riproponeva su basi più estese l'impianto del quartiere murattiano. A differenza di quanto si verificava al CEP, nel quartiere S. Paolo, destinato quasi esclusivamente all'edilizia IACP e che andava delineandosi quasi esclusivamente come quartiere proletario ed operaio, il quartiere Japigia con la commistione di commesse pubbliche quali IACP, ISES, GESCAL, consorzi di cooperative, sia sovvenzionate che agevolate, è andato via via assumendo la fisionomia di quartiere borghese e operaio, soddisfacendo gran parte della richiesta di alloggi, che la indiscriminata speculazione ne rendeva impraticabile l'acquisto nelle aree urbane più popolate. Sin dal loro sorgere ciascuna delle zone 167 fu identificata con fasce di popolazione, individuate secondo caratteristiche economiche; si rese così inevitabile quel processo di separazione e organizzazione di gerarchia cittadina, che esaltò irreversibilmente le differenze sociali createsi automaticamente dai meccanismi di attribuzione degli alloggi. Tuttavia l'accantonamento delle questioni riguardanti I'individuazione di centri direzionali, il mancato decentramento dei servizi e i ritardi dell'attuazione degli impegni presi nelle convenzioni con gli enti, riportano il quartiere Japigia in condizioni urbanistiche assai vicine al San Paolo. Diversa la situazione di Poggiofranco, che svincolata da previsioni di intervento pubblico, ha favorito la libera formazione di cooperative. Nonostante I' alta densità di popolazione gli unici spazi attrezzati nel quartiere Japigia sono quelli condominiali. La viabilità primaria è assicurata dalla grande strada Caldarola, ma mancano collegamenti diretti col mare, lungo la statale 16 che conduce a Torre a Mare o verso il centro commerciale murattiano. Quasi inesistente il verde pubblico e inadeguate le attrezzature sociosanitarie. E se l' edilizia scolastica rappresenta un intervento positivo nella riqualificazione territoriale, non vale la stessa affermazione per le aree destinate a servizi allo stato attuale incolte e qualche volta adibite a discariche abusive. Precaria, inoltre, la viabilità affidata ai mezzi pubblici; insufficienti i centri commerciali di più recente collocazione. La difficoltà e la lentezza dell'attuazione delle sistemazioni previste nei piani di zona risentono di una inadeguatezza dei mezzi di programmazione e dei finanziamenti erogati.
