Parte Seconda

 

CENNI STORICO-ARTISTICI

SUL QUARTIERE JAPIGIA

 

A proposito di Japigia

Il nome Japigia, secondo la tradizione, deriva dall'illustre e mitico Japige figlio del re Dedalo, che secondo lo storico barese Beatillo, salpò con le sue navi dall'isola di Creta, sede della reggia paterna, e navigò nell'Egeo fino ad approdare sui lidi pugliesi. Qui allettato dalla bellezza del paesaggio, incantato dalla fertilità dei campi, decise di edificare una città, che quindi ne ereditò il nome. Sempre il Beatillo stabilì che la fondazione della città Japigia (la futura Bari) dunque, avvenne ben 540 anni prima della fondazione di Roma! Questa favola bella e affascinante, secondo gli studiosi deriva da una cattiva lettura della lezione del testo più antico riguardante la parola Japix, cioè Naturales Historia di Plinio il Vecchio (23-79 d.C.).

Nella concezione del testo pliniano si abbandonava la lusinghiera origine mitologica di Japix per abbracciare la più credibile attribuzione ad un fiume. Lo studioso barese Armando Perotti, con appassionata e sottile ricerca filologica è riuscito a collegare il nome Japix al Picone, il torrente che interessava la faglia dell'attuale quartiere omonimo e ora deviato dal suo corso originario e il nome Bari ad una antica e assai diffusa radice "var", che richiamerebbe la presenza di una valle, di una vacuità, in corrispondenza di un corso fluviale. Per quanto contestata questa ultima etimologia è la più credibile e chiarificatrice in relazione alle caratteristiche geo-morfologiche del luogo. Perotti concludeva di attribuire a Japige il significato di "fiume di Bari".

Sostituita in età romana dalla parola Barium, la città non perse il suo legame con l'antica terminologia Japix, poi che l'origine di Bari si fa risalire alla voce greca Barks = nave, impressa sulle antiche monete baresi su cui erano effigiate le parole BAPI oppure BARIN oppure BARINON e il rostro di imbarcazioni, quelle che trasportavano sui nostri lidi gli antichi Japigi.

Sugli  abitanti  della   Japigia   non  si   è   ancora   fatta  chiarezza. Nel    secolo scorso lo studioso francese Charles Didier (1805-1864 di origine svizzera), dopo un viaggio di tre anni in Italia, visitata l'intera Puglia, pubblicò "1'ltalie pittoresque" e tra le pagine di questo suggestivo resoconto di viaggio fa menzione di un saggio erudito napoletano Mattocchi, secondo cui l'antico nome di Japigia deriverebbe dalla lingua fenicia e attribuisce agli Japigi (popolo a tutt' oggi riconosciuto di origine illirica) provenienza cananea.

Cosicché il Disdire presupponeva che, quali esperti navigatori, i Fenici si siano spinti fin lungo le coste pugliesi, abbiano fondato approdi per proteggere la loro navigazione, lasciando testimonianze del loro passaggio. Vero è nelle testimonianze archeologiche che nell'età del Bronzo (2500 a.C.-1 000 a.C.) nel sud-est barese, così come in gran parte della regione, il ritorno degli abitanti sulla costa avviò un sistema territoriale che predeterminò I' assetto dei centri indigeni della Peucetia, legato ai traffici nell'Egeo e in concomitanza del crescente interesse delle popolazioni per la materia prima della metallurgia.

 

 

Gli insediamenti rupestri ed  ipogei a Japigia

L'antica strada Mola, che coincideva con la strada vicina le Caldarola, seguiva un tracciato più interno dell'attuale statale 16 e nei tempi più antichi si presentava più protetto dalle scorrerie piratesche, che abitualmente visitavano le nostre coste.

Fino ancoro a pochi anni fa, il suo antico e importante tracciato era costellato di numerosi e significative testimonianze religiose e non del passato come cappelle, edicole, masserie e da entrambi i lati si potevano riconoscere San Teresa degli Abbrescia, l' Addolorata dei Maddalena, oppure la Torre Scoppio, la villa Carbone e così via.

Sino a qualche decennio fa, era visibile, nelle vicinanze di questa strada e nei pressi del canalone Valenzano, un ipogeo detto "ipogeo di Japigia" (foto n. 6). La presenza di una lama, che prende il nome dell'omonimo paese dell'entroterra barese (Valenzano) nel territorio ha consentito e condizionato la permanenza umana in "rupe" che, secondo le ricerche archeologiche e testimoniate già in tempi più antichi, ha avuto però sviluppo in età medievale. Tale popolamento extra-moenia è da porsi in relazione alle coltivazioni della terra e alle attività connesse alla lavorazione e trasformazione dei prodotti agricoli (ulivo, vite). Perduto  qualsiasi  riferimento toponomastico  e  assenti  i  dati  storici  dell'ipogeo  di  Japigia non  si  possiedono dati certi.  Da  quanto risulta  dalle fotografie depositate presso la fototeca della Soprintendenza ai Beni Artistici della Puglia, si tratterebbe di un complesso rupestre con più ambienti intercomunicanti, (foto n. 7) la cui datazione si collocherebbe presumibilmente, in età medievale, ma l'assenza di rinvenimenti di ceramiche o monete ne proibisce una datazione certa.

La distribuzione degli insediamenti rupestri e degli ipogei in terra di Bari è caratterizzata, così come a Japigia, da singole unità abitative, isolate le une dalle altre e popolate da qualche decina di abitanti.

L'economia domestica barese era a conduzione familiare oppure limitata ad un nucleo monastico. Le aree agricole erano impiegate nelle coltivazioni arboree specializzate (ulivo) e spesso la presenza d'insediamenti rupestri o ipogei rivelano il ruolo ad esse funzionali.

Abitazioni, rimesse per gli attrezzi e per gli animali, frantoi domestici e botteghe artigiane si affiancavano nelle tipologie architettoniche ad ipogeo a testimoniare quelle attività giornaliere che nel corso dei secoli e con il passare delle dominazioni hanno segnato il modo peculiare del vivere in grotta.

Pur tra infinite sollecitazioni, gli abitanti delle grotte, favoriti da fattori fisici e ambientali (presenza delle gravine) o condizionati da elementi storici e sociali (povertà, scarsa mobilità del mondo rurale, particolari avvenimenti storici) vollero conservare quello stile di vita, poiché si trattava di una libera scelta, che si espresse in forme e modi di vita per un lungo arco di tempo, quale esigenza di una cultura popolare e contadina.

 

             

La torre carnosa

Lungo il litorale barese, sull'antico tracciato della via Traiana, asse viario per tutta l'antichità di mercanti, viaggiatori e pellegrini diretti a sud, verso Brindisi, sorgeva fino agli anni dell'immediato Secondo Dopoguerra, una torre costiera che nelle numerose carte geografiche e catastali, viene indicata come Torre Carnosa.

Situata sulla litoranea est della città, tra la strada vicina le Torre di Specchio e l'omonima strada vicinale Torre Carnosa, la torre, ridotta dall'incuria e dal tempo allo stato di rudere, è stata abbattuta in epoca imprecisata e le sue fondamenta forse sono inglobate sotto il manto stradale dell'attuale litoranea.

Come gran parte delle torre costiere pugliesi la Torre Carnosa fu edificata durante il vicereame di Pedro Afan de Ribera, duca di Alcalà, che con un nuovo editto del 1563 attuò il piano di fortificazione costiera, che prevedeva una catena di torri marittime, ad una distanza l'una dall'altra in modo che fossero visibili dalle due più vicine; le spese sarebbero state imputate alla più vicina Università ripartite in rapporto al numero dei nuclei familiari.

Il compito di ispezionare le marine, insieme all'ingegner Scalo, fu affidato ad    Alfonso      Salazar,      presidente      della    Real    Camera;    egli    riuscì    a    rendere funzionanti molte torri, che sul finire dell'estate 1568 risultarono terminate. Dopo il viaggio di Salazar, secondo il Pasanisi, tra le altre torri fu agibile anche la Torre della Cala degli Schiavi, detta poi Torre Carnosa.

Secondo la tipologia stabilita, la Torre Carnosa aveva basamento quadrangolare e sotto il basa mento vi era ricavata l'ampia cisterna nella quale si raccoglieva l'acqua piovana per l'approvvigionamento idrico. L'ingresso era al piano superiore e doveva contenere il minor numero di soldati armati perché non soddisfaceva la difesa ma solo l' avvistamento.

Come. per la Torre Carnosa la stessa sorte è toccata a molte belle torri costiere pugliesi, che a causa delle continue incursioni furono abbandonate e andarono distrutte l'una dopo l'altra.

Spesso di esse rimane il riscontro nella toponomastica o nei nomi delle chiese o dei casali limitrofi, lasciando ai posteri l'eredità delle antiche vestigia.

 

 

Masseria Villa Carbone (Chiesa parrocchiale San Marco)

Lungo la strada Caldarola, all'interno di una vasta area incolta si erge l'edificio rurale, oggi chiesa parrocchiale, della cosiddetta "masseria" Carbone (Foto n. 8).

Delimitata da una murazione in pietra, di cui più recentemente è stata eseguita la sopraelevazione "a secco" , il complesso architettonico della masseria si compone di un fabbricato principale, a pianta rettangolare, su due piani e una costruzione minore, a pianta quadrata, già adibita a cappella privata.

 

Foto 8 Masseria Villa Carbone (Chiesa Parrocchiale S. Marco)

Foto 9 -Masseria Villa Carbone (particolare).

 

 

L'ingresso principale, opposto a quello originario, è introdotto da un .cancello in ferro battuto, di recente fattura, e si colloca lungo l'asse NordSud dell'assetto globale. Il nucleo residenziale della masseria si compone di due piani: quello inferiore, situato di qualche metro al di sotto del piano di calpestio e un piano nobile accessibile mediante una doppia scalinata simmetrica e delineata da una inferriata. La copertura a spiovente rivestita di tegole introduce una nota di colore che contrasta la nuda luminosità della pietra calcarea. All'interno il lo piano è suddiviso da ambienti ampi, i cui successivi e ripetuti restauri ne hanno via via modificato l'aspetto originario; nella sala esposta lungo la facciata sud resti di rivestimenti murari a motivi floreali rievocano passati illustri splendori. Ad aula unica sostenuta da massicci archi ribassati poggianti su pilastri il ". piano sottostante rivela la fitta trama muraria, che, di recente restauro, ~;tradisce la antica del piano elevato. (foto n. 9). Fiancheggiano lungo il , lato destro, altri ambienti minori.

Addossata alla murazione e con ingresso ad est, lateralmente all'ingresso principale, la piccola costruzione della cappella (foto n. 10) racchiude le più interessanti vestigia del complesso: l'altare, all'interno, segnato dal retablo in muratura dal profilo mistilineo, che nasconde un vano retrostante, colloca l'edificio come probabile epoca di costruzione, al XVIII secolo.

 

Foto 10 Masseria villa Carbone (Cappella)

 

Fasi cronologiche e costruttive della villa Carbone

Proprietà della Curia Metropolitana barese, dalla donazione di Vitangelo DATTOLI, villa Carbone è costruzione di particolare interesse storico e gode attualmente di tutela della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Artistici della Puglia.

L'intero edificio, così come ci è stato restituito dai rimaneggiamenti secolari, si colloca all'interno di un arco cronologico che va dal XVIII al XIX secolo, epoca in cui probabilmente un più antico nucleo rurale funzionale all'attività agricola della proprietà circostante fu mutato e ripristinato all'uso residenziale padronale. Nel corso del XVIII secolo fu innalzato il primo piano e si data l'opera di costruzione e decorazione della cappella, che conserva l'originaria pavimentazione, e probabilmente, racchiudeva testimonianze preziose dell'arte settecentesca. I sottostanti ambienti vennero utilizzati come deposito degli attrezzi agricoli e frantoio vino-oleario; così l'epoca di costruzione di questi ambienti può risalire ai secoli precedenti. A confutare questa ipotesi è la presenza sulla cortina muraria perimetrale dell'angolo nord-est, quanto sulla facciata ovest della costruzione, di conci di pietra e archi murati, ben visibili rispetto I' attuale sistemazione che rivelano una precedente e diversa utilizzazione del sito. Una più approfondita indagine archeologica potrebbe stabilire una più puntuale datazione.

 

Villa Carbone o Masseria Carbone?

L'originaria destinazione agricola dell'edificio della villa Carbone è testimoniata dalla presenza residua su sito di ulivi e mandorli e sebbene ben si configura quale edificio di supporto all'agricoltura, non altrettanto evidente è la destinazione della villa come masseria. La complessità della formulazione di strutture architettoniche e paesaggi agricoli in Puglia ha condotto spesso ad identificare indistintamente la maggior parte delle fabbriche rurali con la denominazione "masseria",

Ma analizzandone più approfonditamente spesso solo una parte limitata di esse possiedono elementi specifici che le qualificano come tali. Una gran quantità di tipologie rurali, dalle modeste dimore campestri alle più articolate strutture abitativo-produttive, rendono variegato lo scenario " antropico e .architettonico pugliese,. E se è vero che non è la quantità di addendi, (abitazioni, stalle, granai, fienile, etc.) a giustificare l attribuzione a "masseria" di una residenza agricola, tuttavia la sua validità è in stretto rapporto organizzativo-funzionale dell'agro su cui la masseria ha giurisdizione. Non è, dunque, impertinente annoverare l'antica masseria Carbone tra le tante testimonianze della nostra realtà produttiva, che estrapolate dalla città, hanno consentito la sopravvivenza di comunità "minori", probanti del rapporto dei nostri avi con l' ambiente e la natura e, assai più verosimilmente confermano la vocazione agricola dello entroterra urbano.

 

Attuale destinazione della Villa Carbone

Il consiglio comunale barese nei primi del 1977, per far fronte all'urgente necessità di un luogo di culto per gli abitanti della zona circostante, ha deliberato l'uso di villa Carbone a chiesa parrocchiale san Marco. Attualmente l'ufficio liturgico è svolto all'interno del vano interrato della villa; mentre gli ambienti superiori sono adibiti a uffici parrocchiali e sale. L'efficienza del sito è limitata a causa dell'assenza di una rete idricofognante; a ciò si aggiunga che la chiesa è situata su di un'area degradata, poiché è rimasto inadempiuto il progetto della realizzazione di un centro direzionale polifunzionale.

 

Sacrario dei caduti d'Oltremare

Il più grande monumento nazionale dedicato ai caduti della seconda guerra mondiale {Foto n. 11 ). E situato lungo la via Giovanni Gentile e al suo interno vi sono custoditi i resti mortali di oltre 76.000 Caduti, di cui 40.000 ignoti, riportati in Patria a seguito della dismissione dei cimiteri di guerra a suo tempo costituiti nei territori d' oltremare ove operarono unità italiane nel 2° conflitto mondiale {Balcani, Africa Settentrionale, Africa Orientale), nella guerra libica {1911-1939) e nel 1° conflitto mondiale {Albania).

Recentemente vi sono stati sistemati anche i resti mortali di quanti, militari e civili, sono deceduti in campo di concentramento o di lavoro istituiti, dopo 1'8 settembre 1943, nei territori della ex Repubblica Democratica Tedesca e della Repubblica Ceca.

Descrizione del Complesso Monumentale

La costruzione, progettata e diretta dagli ingegneri Gen. Arnaldo Tuzi e Giuseppe Triggiani del Ministero della Difesa è stata inaugurata il 10.12.1967. La superficie del comprensorio è di Ha 473,88 mentre quella del mausoleo è di mq 8345.

Il complesso monumentale è immerso in un ampio parco e si articola su due piani:

Il   piano rialzato   comprende la Sala Albo d'Onore e il Chiostro. Nella prima alcuni armadi   di   bronzo   custodiscono   gli   elenchi   dei   caduti   e   dei

Foto 11 Sacrario dei caduti d'Oltremare

 

dispersi raccolti in volumi; nel Chiostro lateralmente sono deposte le spoglie dei Caduti noti; in fondo, al centro, si erge l'altare in marmo per le celebrazioni all'aperto delle Sante Messe e nel retroaltare si elevano quattro croci, alte circa 25 metri disposte in quadrato, con ii lati orientati secondo i punti cardinali.

Il piano terra comprende: la Cripta, il Museo Storico con annessa la sala proiezioni (si può prendere visione di filmati e documenti cinematografici dell'epoca), La sala liturgica, le salette commemorative, gli uffici della direzione e i servizi.

Parco

Per conferire maggiore solennità al Sacrario, l'ampia zona circostante è sistemata a Parco delle Rimembranze. AI suo interno si trovano cimeli di notevole importanza sia italiani che stranieri. L'ingresso alla "Zona Sacra" è delimitato dalle catene dell'àncora della nave Avviso Scorta "Orsa". Sui lati esterni del parco sono stati costruiti due elementi decorativi che caratterizzavano il dismesso Sacrario Militare di Tripoli: il tronco di Acquedotto Romano e gli archi delle battaglie.

"Sono qui giunti via mare, così come erano partiti (dal porto di Bari, ndr), in gran parte ragazzi ..." si poteva leggere nelle prime righe dell' opuscolo ~ apparso il giorno dell'inaugurazione del monumento commemorativo, di cui quest'anno ricorre il trentennale. E certamente questo lembo di terra del quartiere Japigia su cui sorge il Sacrario, è stato scelto perché prospiciente al mare, denominatore comune tra le terre dove i ragazzi hanno lasciato la loro giovane vita e la terra dove riposano in pace.

Celebrazioni

Oltre alla grande celebrazione del 4 novembre a quella del 25 aprile ed ai raduni, pellegrinaggi e anniversari delle federazioni delle varie armi, nel Sacrario dal 1986 il 24 dicembre si celebra la "Sacra Rappresentazione". Si tratta di una cerimonia religiosa molto suggestivo: i partecipanti raccolti nel Chiostro sfilano in una fiaccolata che si conclude con la benedizione della statuetta del Cristo Bambino. Il raccoglimento dinanzi ad un Caduto noto e ad uno ignoto, morti in combattimento nel periodo di Natale, precede la celebrazione della Santa Messa Natalizia, ospitata nella vasta Sala Liturgica. La cerimonia si conclude con le lettura della preghiera dei Caduti d'Oltremare e l'ammaina bandiera.

 

Villa DeSario

La villa è ubicata nel primo tratto della via Caldarola e prende il nome dalla famiglia proprietaria dell'immobile. La sua realizzazione risulta collocabile verso la metà del secolo scorso.

Il prospetto dell'edificio ricorda molto quelli del Borgo Murattiano, scanditi orizzontalmente dalle cornici marcapiano, dal portale ad arco, dalle finestre timpanate. L'assenza di aperture a piano terra per magazzini e i due portali di accesso laterali, che portano al giardino retrostante, differenziano però questo edificio dai modelli urbani ottocenteschi.

AI primo piano la villa consta di un vasto salone rettangolare con decorazioni pittoriche sulla volta, da cinque ambienti minori e dal vano scale.

Il giardino non conserva l'aspetto originario con la palma centrale, gli alberi tipici delle nostre zone e le piante da frutto, secondo tipologie ripetute. Si trattava di luoghi, ville fuori dal centro urbano, dove le famiglie trascorrevano i periodi di villeggiatura (foto n.12).

Foto 12 Villa De Sario

 

Marilena Di Terlizzi