ELEMENTI DI STORIA DELLO STABILIMENTO "FIBRONIT" DI BARI

 

Lo stabilimento Fibronit di Bari ha iniziato la sua attività nel 1935; produceva esclusivamente fibrocemento, un composto formato da una miscela di cemento, acqua e fibre di amianto, fondamentale per la produzione di molti manufatti (tubi, lastre ondulate, vasche, manicotti, ecc.) impiegati massicciamente in edilizia. Fino agli anni ’60, l’amianto è stato lavorato senza alcuna protezione per gli operai e senza accorgimenti per contenere la dispersione delle polveri sia negli ambienti di lavoro, sia tra le abitazioni dei quartieri vicini (quali, ad esempio, cappe di aspirazione sulle macchine e impianti di carica a circuito chiuso; tecniche utilizzate molto tardi, dopo lunghe proteste da parte degli operai). Le conseguenze sono state gravissime per i lavoratori direttamente esposti e per la popolazione.

Al 1972 risalgono le prime forme di protesta da parte degli operai, allarmati per la progressione di casi di malattie professionali.

Nello stesso anno il Consiglio Comunale prima, e poi la Commissione Regionale di inchiesta sulla salute nelle fabbriche, disposero gli opportuni accertamenti sulle condizioni ambientali della fabbrica, a seguito dei quali la società proprietaria intraprese una progressiva opera di bonifica. Gli interventi non furono ritenuti sufficienti dalle maestranze, che il 10 aprile 1974 denunciarono al Pretore il persistere di condizioni igienico-sanitarie "disastrose". Nel ricorso, con il quale si chiedeva che venisse effettuata una ispezione giudiziale, venivano elencati i numerosi casi di malattie professionali registrati negli anni precedenti: 3 casi di asbestosi dal 1965 al 1971, 63 solo nel 1972, 27 nel primo trimestre del '73, 16 casi di lavoratori deceduti. Eseguiti dai periti i richiesti accertamenti, il 5 marzo 1975 il Pretore ne traeva le conclusioni affermando che:

1)            a partire dal 1972 erano state introdotte nella fabbrica modificazioni efficaci, che avevano fatto rientrare l'esposizione professionale dei lavoratori alle polveri di asbesto in limiti accettabili, perché inferiori ai livelli ritenuti pericolosi dalla normativa allora in vigore;

2)            prima del '72, e in particolare fino al 1966-'67, la lavorazione nello stabilimento era stata condotta "con metodi artigianali, senza alcuna prevenzione tecnica", quindi in condizioni di estremo pericolo;

3)            risultava pertanto clinicamente giustificata la conclusione dei ricorrenti che i numerosi casi di asbestosi avessero "trovato il terreno favorevole nelle condizioni igienico-ambientali dell'azienda anteriormente al 1972" ;

4)            risultava evidente la responsabilità dell'azienda, che avrebbe dovuto rilevare la "situazione di macroscopica nocività ambientale" anteriore al '72 indipendentemente dal fatto che dopo le indagini compiute fino al 1971 (ben 8 sopralluoghi) né l'ENPI (Ente Nazionale Protezione Infortuni), né l'Ispettorato del Lavoro avevano segnalato situazioni di pericolo;

5)            era innegabile, alla luce dei 151 casi di asbestosi accertati a quella data dall'INAIL di Bari, "la inattendibilità dei risultati forniti dai controlli preventivi effettuati periodicamente presso lo stabilimento" ;

6)            era lecito accusare "quanto meno di imperizia e/o di negligenza gli autori delle indagini compiute" ;

7)            era riscontrabile "una oggettiva quanto sconcertante convergenza delle indagini dell'ENPI e dell'Ispettore Medico, autore delle indagini, con gli interessi del datore di lavoro", tale da indurre il sospetto di "un consapevole disegno di favorire la Fibronit". Il Pretore dunque ravvisava gli estremi dei reati di interesse privato in atti di ufficio e omissione di atti di ufficio, e rinviava gli atti alla Procura della Repubblica perché un procedimento penale giudicasse la responsabilità dell'azienda e dei responsabili delle ispezioni. La fabbrica ha cessato la sua attività nell’anno 1985.